Effetti sociali - Tucidide

 Se oggi arriviamo a pensare che il comportamento e le strutture sociali siano da considerare tra le variabili determinanti della salute, già nel racconto della peste di Atene composto da Tucidide ci sono elementi significativi. 

Andando in ordine, anche Tucidide fa riferimento alla considerazione delle malattie come legate alla ira degli dei. Risolve in fretta la questione: 

"Le suppliche rivolte agli altari, il ricorso agli oracoli e ad altri simili rimedi riuscirono completamente inefficaci" 

al pari, peraltro, dei tentativi mossi dai medici, che non avevano alcun rimedio utile. 

Ci sono però connessioni significative con quella che oggi chiamiamo globalizzazione, e che era ascrivibile tanto ai traffici dal mediterraneo quanto alla politica espansionista di Atene:

48. A quanto si dice, comparve per la prima volta in Etiopia al di là dell’Egitto, calò poi nell’Egitto e in Libia e si diffuse in quasi tutti i domini del re. Su Atene si abbatté fulmineo, attaccando per primi gli abitanti del Pireo. Cosicché si mormorava che ne sarebbero stati colpevoli i Peloponnesiaci, con l’inquinare le cisterne d’acqua piovana mediante veleno: s’era ancora sprovvisti d’acqua di fonte, laggiù al Pireo. Ma il contagio non tardò troppo a dilagare nella città alta, e il numero dei decessi ad ampliarsi, con una progressione sempre più irrefrenabile.

ma anche all'abbandono delle campagne, probabilmente rese più povere dalla mancata richiesta di beni da parte della città

52. L’imperversare dell’epidemia era reso più insopportabile dal continuo afflusso di contadini alla città: la prova più dolorosa colpiva gli sfollati. Poiché non disponevano di abitazioni adatte e vivevano in baracche soffocanti per quella stagione dell’anno: il contagio mieteva vittime con furia disordinata. 


Se per quanto riguarda la crescita della medicina Tucidide non ha la sistematicità che apparterrà poi ad Ippocrate, lo storico osserva da parte sua i mutamenti che interessano il comportamento sociale; introducendo anche una notazione sulla perdita di credibilità delle regole statali (la legalità) quando non si trovino risposte ai danni provocati (nel caso specifico) da una epidemia. 

La violenza selvaggia del morbo aveva come spezzato i freni morali degli uomini che, preda di un destino ignoto, non si attenevano più alle leggi divine e alle norme di pietà umana.

53. Anche in campi diversi, l’epidemia travolse in più punti gli argini della legalità fino allora vigente nella vita cittadina. Più facilmente uno osava quello che prima si guardava dal fare per suo proprio piacere, alla vista di mutamenti di fortuna inaspettati e fulminei: decessi improvvisi di persone facoltose, gente povera da sempre che ora, in un batter di ciglia, si ritrovava ricca di inattese eredità. Considerando ormai la vita e il denaro come valori di passaggio, bramavano godimenti e piaceri che s’esaurissero in fretta, in soddisfazioni rapide e concrete. Nessuno si sentiva trasportare dallo zelo di impegnare con anticipo energie in qualche impresa ritenuta degna, nel dubbio che la morte giungesse a folgorarlo, a mezzo del cammino. L’immediato piacere e qualsiasi espediente atto a procurarlo costituivano gli unici beni considerati onesti e utili. Nessun freno di pietà divina o di umana regola: rispetto e sacrilegio non si distinguevano, da parte di chi assisteva al quotidiano spettacolo di una morte che colpiva senza distinzione, ciecamente. Inoltre, nessuno concepiva il serio timore di arrivar vivo a rendere conto alla giustizia dei propri crimini. Avvertivano sospesa sul loro capo una condanna ben più pesante: e prima che s’abbattesse, era umano cercare di goder qualche po’ della vita. 

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